In un modo o nell'altro, dovremmo ricordarcene.
Non ricordavo più quanto fosse bello restare a guardare la neve cadere per ore, immobile.
Il non ricordo, eh, non la neve.
primo novembre, fine pomeriggio.
difficile immaginare un'ora più scontata
per la nostalgia.
Eh già. Ce l'ho fatta: hai visto? Ti ho dimenticata.
Non mi ricordo il tuo nome, se puoi per favore ridimmelo. A dire il vero anche il tuo profumo mi è nuovo. Ma sei sicura, proprio sicura che io e te ci siamo già scontrate in questa vita? Magari a volte succede di confonderci con qualcun'altro, magari a volte succede di battere la testa una contro l'altra e pensare di potersi ricordare così, dal nulla.
Ma non funziona mai realmente.
ho dei pezzi
conficcati qui e lì
che sfiga potrei dire
per tutto questo dolore
solo fastidioso
chè sono scaglie conficcate
piccole pagliuzze
eppure:
una nel piede
una nella mano
una nel cuore
una nel fegato
una nel cranio (e forse all'interno ma nessuno saprà mai dirmi dove ed il quindi)
una nell'esofago
una a venire
a predire
la mappa del ricordo
toponomastica
della mia memoria.
Sarei forse una costellazione
al punto da far sognare.
Il tuo profumo alla mattina appena svegli. L'ho dimenticato. E anche le pieghe che ti si innalzano sulle labbra qunado sorridi, le ho dimenticate.
Ho dimenticato persino il modo di uscirne vivi.
"ciao sono io"
"io chi?"
credevo che avesse ancora il mio numero di telefono memorizzato, ma manco riconosce la mia voce.
"io, io... pensavo che sarebbe stato bello adesso che fa più caldo andare a prendersi un gelato come ai vecchi tempi. ti ricordi, andavamo al siciliano, in via quintino sella, me l'hai fatto conoscere tu."
"veramente non mi ricordo. è uno scherzo?"
"dai, ci trovavamo a metà strada tra casa mia e casa tua, tu venivi in bicicletta a volte."
silenzio dall'altra parte della cornetta. davvero sta cercando di ricordare o medita soltanto se mettere giù?
"ma da quant'è che sei tornata? me l'ha detto X, sennò manco l'avrei scoperto."
"te l'ha detto X? scusa ma proprio non mi ricordo di te."
ci credo che non ricordi, penso. altrimenti in questi cinque anni ti saresti fatta viva almeno una volta, anche solo un sms, o magari persino una cartolina.
"lo sai," dico, "quell'anno faceva caldo come adesso. è stato l'ultimo anno della mia vecchia vita, che si andava a ballare la sera e a bere nei locali. non la rimpiango quella vita. tu?"
"forse per me non è cambiato così tanto. e poi io me ne sono andata in un altro posto, completamente diverso da questo, sono stati altri per me i cambiamenti."
chissà se adesso si ricorda o se sta seguendo un filo logico tutto suo.
di allora, vorrei dirle, ricordo solo il tuo profumo. non sarebbe una banalità. una volta che ti prestai un oggetto, quel tuo profumo rimase per giorni e tutte le volte mi bastava sentirlo per avere innanzi agli occhi un quadro preciso di te. man mano che il profumo svaniva, svanivi anche tu.
"va bene, mi ha fatto piacere risentirti. adesso che hai il mio numero se vuoi qualche volta fatti viva."
"sì..." un sì poco convinto, si sente nella sua voce un ultimo sforzo, un ultimo tentativo di ricordare.
tuut tuut tuut. suona libera la linea adesso.
Ma obbligarsi a non ricordare è come dimenticare?
E se io cucissi qui, con punti larghi, o fissandoli con semplici spilli, tutti i ricordi di te e le storie che inventavamo, sulle note di Offenbach -
se scegliessi le parole migliori, quelle con una voce forte e inflessibile
e usassi i colori della terra e della pioggia grigia di questo marzo
per dipingere la tua musica e le tue risate e la cocciutaggine
che troppo spesso mi faceva infuriare
e se raccontassi, a chi legge, tutte le storie che ci inventavamo
per volare alti sopra il quartiere...
non servirebbe a nulla.
Quando chiuderai la porta, lasciandomi fuori ad aspettare per chissà quanto,
non servirà a nulla.
Avviso a lettori e partecipanti:
questo blog passa definitivamente nelle mani di eloisa. A lei regalo la mia sbadataggine per non rischiare più di perderla, perchè lei la conservi, l'accresca e ne tragga nuovi ricordi.
Greta
Genova
Oggi ho risentito una di quelle tante voci che mi promettevano amore stando zitte zitte, una voce nuova, una voce di nuovo allegra, avrei voluto rispondere a quella voce ma è stato solo un caso e il caso non mi ha dato coraggio. Chissà se lei ricorda. Era stata sempre e solo una voce. Girava una voce che diceva che lei mi amava. Sì, voci. Ormai lontane.
Roma
Tutto nacque da un incidente, una storia d’amore nata davanti proprio a casa sua, con la macchina, dritto dritto proprio in casa sua. Fu lei che scese e mi tirò fuori. Una manina di un angelo mi tirò fuori da quella che da lì a poco tempo sarebbe diventata un falò. E prima che i carabinieri mi portassero via, le chiesi il numero di telefono. Il giorno dopo fui sui giornali locali e avevo un nuovo amore che durò sette anni di sfortuna. Tutto si doveva rompere in quella macchina, tranne lo specchietto.
Savona
L’altra era stata una storia di carta, fatta di milioni di lettere, finita in sms, qualche carattere stampato a schermo su e-mail. Stranamente finì al contrario. Quando nacque l'amore poi lei sparì per sempre. Non l'ho mai incontrata. Avrò in soffitta uno scatolone pieno delle sue lettere. E tre suoi regali.
Pescara-Milano-Chambèry
All’università lei era alta, bella, castana con i capelli lunghissimi, una modella, non a caso forse il suo nome ne ricordava uno. La mattina entravo in camera sua per sentire l’acqua della doccia che scivolava sulla sua pelle. Poi partivamo insieme per andare a lezione. Era divina. La sera la chiamavo al telefono, a mezzanotte mi veniva a svegliare in camera. Finita la scuola mi chiese un bacio dopo averla riportata a casa, io glielo diedi sulla guancia. La storia finì. Adesso è lontana.
AVVISO DEL RE DELLA PERSIA.
HO CAMBIATO INDIRIZZO:
www.newbabylonia.splinder.com
vi pregherei di non seguire più il mio vecchio indirizzo, perchè un pazzo maniaco della rete se n'è appropriato facendone la scialba imitazione del mio blog.
VI PREGHEREI DUNQUE DI AGGIORNARE IL LINK CON IL MIO INDIRIZZO, DI SPARGERE QUESTO MESSAGGIO, E DI BLOCCARE LO STRONZO CHE VUOLE FARE DELLO SPIRITO.
VI RINGRAZIO DI CUORE.
DARIO
Milano tramonta sul non-ricordo.
Per questo blog sono una madre eccellente, perfetta, insomma: smemorata e incostante.
L'ho lasciato a parte e dimenticato. Per questo blog non sono più in grado di fare nulla.
Non posso tenerlo. Questo blog è in regalo, in regalo a chi mi dimostrerà di avere i giusti requisiti per portarlo avanti dignitosamente per quanto io non faccio più.
Un mese di tempo a partire da oggi. Probabilmente non si candiderà nessuno, e allora penserò a un'altra soluzione. Ma ora, do un mese. Un mese di tempo per dare a questo blog un degno proprietario.
< Ti faccio un cappuccino, vuoi? >
< Dimentica. >
Questa volta l'ho voluto dimenticare. L'ho fatto proprio apposta per vedere cosa sarebbe successo dopo. L'ho messo via da qualche parte ed è rimasto lì.
Ho dimenticato ed è un pò come se non fosse mai esistito.
non ricordo più le primavere. non so perché dicevo che l'autunno era la mia stagione preferita, ma era in primavera che c'erano quei cieli strani al tramonto e gli acquazzoni del pomeriggio. c'erano maggie e hopey e tutte le loro amiche, c'erano certi film che si vedevano allora, ma davvero non ricordo più molto. ero ancora malato, però non era più la febbre dell'inverno, e neanche la diarrea nervosa dell'estate. era di quelle malattie che i medici medievali avrebbero forse chiamato malinconie e curato con le sanguisughe. sapevo già che quella stagione sarebbe scivolata verso il caldo, e si sarebbe poi tirato tardi a mangiare le angurie nei banchetti e a bere orzate, aspettando di partire per il mare che erano già quasi tutti andati. al mare poi che ci andavamo a fare, che non si prendeva il sole e si tenevano su gli anfibi e anche tutti gli altri vestiti, se non per sentire il tempo che volava via come solo quando si è in vacanza e si sa che al ritorno sarà già tutto dimenticato.
greetings to the new brunette, cantavi, e mi sa che mi son scordato di fare pure quelli.
Vorrei dimenticare, nell'ordine:
le tre di ogni mattina,
le parole incoscienti che precedono il rimorso,
le mie ginocchia troppo bianche
e quei pugni che vorrei assestare come si deve.
L'indolenzimento della bocca
che ho tenuto chiusa per quindici ore consecutive
(tu, che mi chiedi di parlare,
non sai che il silenzio è il minore dei miei mali;
ora devo vedermela con le mie viscere di pietra,
con le mie dita di carta)
e le tue grandi mani che si allargano mentre dici "non capisco"
io non so più domandarti attenzione
e tantomeno perdono.
Se fossi smemorata,
se potessi essere stupida.
Ma io non so dimenticare. Sia chiaro: io non so dimenticare.
Mai ricordare.
Che cosa c'è di più minuto e discreto della morte di un passero.
L'abbiamo messo nella scatola delle tisane e coperto con un fazzoletto di carta. Le zampette rigide sembravano due stecchini.
Dove lo portiamo.
Nel bosco dietro alla cittadella, dov'è già seppellito il coniglio. Almeno avrà compagnia.
Cristiano prende la zappetta di mio padre, io la scatolina degli infusi.
Parcheggiamo nel piazzale, poi scendiamo a piedi lungo la strada che costeggia la boscaglia. La zona migliore è ai piedi di un platano. Mentre Cristiano inizia a scavare, mi accovaccio accanto a una grande pozzanghera: le libellule volano sul pelo dell'acqua sporca. Sono molto indaffarate e così azzurre che potrebbero essere frammenti di un'esplosione celeste.
Quando la buca è pronta, lo mettiamo nella terra e lo ricopriamo senza guardare.
(Sei sicura che fosse morto.
Be', l'hai visto.
Non è un vero dubbio, solo una paura vecchia come il mondo.)
Piantiamo a fondo un bastoncino in verticale, salutiamo in silenzio e torniamo alla macchina.
Le libellule, le rane, il platano, le cornacchie e gli altri partecipanti al funerale, invece, rimangono e continuano a parlottare fra loro. Non se ne andranno mai.
- dimenticare -
Nomi. Indirizzi. Percorsi. Con la faccia piatta ed il naso storto di uno che non ha nulla da offrire, entrare nella stanza laddove, se solo mi ricordassi, ci sarebbero discorsi gravi da affrontare.
Come quei due di cui mi parlarono un giorno: dimenticarsi un figlio pallido lungo la vita. O come la maggior parte, secondo la mia personale percezione, non ritrovare la strada del ritorno se non quando è troppo tardi. Abbandonarsi dove capita. Al gioco delle ripetizioni – cedere, ecco cedere - ricominciarlo daccapo ma ogni volta con le rughe leggermente più affilate.
Aneddoti. Nozioni. Momenti. Una quantità di cose trascurabili che si perdono distrattamente per strada, scappate fra imprecazioni varie, dalle tasche bucate. Giusto quel che è necessario per ricominciare a dare valore alle cose, e caricare di sentimenti anche gli spigoli che stanno - ma illuminati appena dal sole.
In mezzo a tutte le cose futili: dimenticarsi alle volte dei volti incontrati, delle loro parole.
Le ragioni possono essere le più varie. Le intenzioni indecifrabili. Le conseguenze cave, vuote e profonde come buchi neri. Come quel tale di cui mi parlarono, che insieme a una poesia e ad un cappello di paglia, dovette dimenticarsi di ciò in cui fermamente credeva per essere poi in grado, una volta alla sbarra del suo tribunale interno, di assolversi: manovrieri.
[ Un brano tratto dalla raccolta di prose poetiche 17 VERBI ed altrettanti fantasmi ]
Quando ero piccola il mio più grande desiderio era di svenire, finire in quello che non potevo figurarmi che un limbo, nel quale avrei visto da fuori il mio corpo e non sentito il mio corpo e avere una me nella quale tutte le esperienze legate al corpo sarebbero state inesistenti e altrui.
(antecedente: una volta mi ha afferata per il collo e mi ha strattonata facendomi volare dall'altro lato del corridoio. Dopo un po' sono davanti allo specchio del bagno, il dolore al collo è strano e odioso. Mi sistema il collo con uno strattone deciso. Io lo odio. il mio collo torna a posto e io sono costretta a tornare sul dolore di quel volo violento e ingiusto.)
Dimentica il fatto che non ci sono angoli in questa stanza a forma di cuore a metà. E' fatta di articolazioni ben disposte, pronte per essere mangiate a bocconcini di deliziosi sentimenti.
Nel cuore profondo dell’africa, terra di misteri e legami profondi con ogni uno di noi, terra delle nostre origini e di quel inspiegabile istinto selvaggio ormai scomparso, da troppo tempo ormai il male fa da padrone. L’Uganda paese bagnato da un lago che sembra il mare, abitato dai grandi gorilla di montagna, considerato da molti la “perla d’Africa” è un paese che convive nel dolore.
Joseph Kony responsabile di abominevoli crimini ai danni del proprio popolo nasce da una famiglia povera, sua madre fin dai primi anni capì che suo figlio era uno squilibrato e malato di mente e lo abbandonò. Kony fu accolto dalla chiesa cattolica e riuscì a sopravvivere. Grande influenza nella sua vita ebbe una zia: Alice, una pretessa vudù molto considerata dal popolo, una di quelle persone che credeva di essere in contatto con Dio. All’età di 17 anni era a capo di una banda di briganti che razziava un po’ a caso la popolazione inerme, poi preso dal delirio di onnipotenza fondò l’armata del santo spirito. Cosciente della sconfitta avuta anni prima dopo aver condotto migliaia di uomini armati di sassi e lance contro le mitragliatrici del presindentissimo Museveni, Kony inizio a pensare che un giorno come d’incanto tutte le armi non avrebbero funzionato più, e solo chi sapeva uccidere con armi bianche sarebbe riuscito a sopravvivere. La sua sete di razzia non aveva limiti, si dice che di notte entrava nei villaggi e rapiva bambini costringendoli poi ad uccidere i propi cari. “Se non uccidi tuo fratello a bastonate ti uccido io”, questo dicevano. Una volta morti, chi aveva ucciso, si doveva sporcare del sangue versato le braccia, per vincere la paura di morire. Molti hanno detto che questi bambini venivano drogati per poter commettere tali atrocità, altri sostenevano che Kony riusciva a ipnotizzare i suoi “uomini” facendogli fare ciò che voleva. Appoggiato più o meno apertamente da uno degli stati confinanti, un pazzo con la sua orda di distruzione agisce indisturbato facendo mutilare e ammazzare da dei bambini. Sulla religione Kony fa di tutta l’erba un fascio, cristianesimo, islamismo, usi e costumi locali, tutti mischiati in un delirio torbido e abbietto. Le leggi che impone sono i dieci comandamenti della bibbia, con l’aggiunta dell’undicesimo: “non andare in bicicletta”, pena la mutilazione dei piedi. Kony sostiene di essere in collegamento con uno spirito che attraverso i sogni comunica che cosa deve fare. Un altra delle leggi di Kony è il divieto di mangiare uova fatte da galline bianche, insomma un popolo in balia dei sogni di un pazzo. In questi giorni si parla molto di lui e il rischio come tutte le cose è di dimenticare.
Oh, si che evito di ricordami i tuoi lunghi capelli biondi sporcati da tutto quel cemento. Ti avevano costruito intorno un palazzo, credo. O forse era un grattacielo. Eri lì, in piedi come una statua a guardare i passanti e nutrirti dei loro panini avanzati o scaduti. Ah, quanto ti piaceva farlo. Scacciavi i piccioni con le tue lunghe dita autunnali.
Ah, primavera dei miei stivali. Restavi comunque lì, a chiederti cosa fosse successo per lasciar marcire il mondo in questo modo.
La tua memoria era fatta di cristallo, la mia di metallo pesante.
We turned the dial, we heard the news and laughed, we don't know why
We drank the wine and spoke of times we knew of days gone by
We flicked through photographs we had, somehow they made us sad
Remembering the times we used to have, it made us cry
Oh I remember death in the afternoon
A silence fell about the room with harsh and heavy calm
The lovers and the friends all felt the same, it kept us warm
We raised our glass and drank to times we had, but'd see no more
The pictures of the past would haunt us still, and there remains
Oh I remember death in the afternoon
Il ragazzo ha soli tre ricordi riguardo la ragazza che ha incontrato dopo diciotto anni, ma il terzo riemerge solo tramite le pressioni delle mani che si stringono dopo tanto tempo (ogni pressione di mani ribalta il sistema che tiene ben ancorate alle periferie del pensiero immagini la cui apparizione provocherebbe riflessioni sconclusionate).
Quando il terzo ricordo viene a galla, il narratore sa quali sono le cose di sé utili e le cose di sé inutili, e usa il tempo molto meglio.
Quindi prosegue con l’esposizione dei ricordi in questione, tenendosi il ragazzo a prima persona.
Ricordo uno. Hai cinque anni. Il litigio fra un uomo e una donna dello staff di una nave, chiaramente amanti. Urlano piano (urlano piano?! Sì, urlavano sottovoce, e non si può dire altrimenti). Nel pieno del litigio tu passi vicino a loro, ti cade di mano un foto (la foto racconta una scampagnata, un gruppo di persone in un prato, noi siamo piccoli e mangiamo) che finisce ai piedi della donna, la raccogli e i due smettono di litigare. Come ti allontani riprendono il litigio, il loro tono di voce si fa violento e insopportabile. Ti siedi in un angolo lontano e t’impegni nel conteggio delle tue dita.
Ricordo due. Non conta quanti anni abbiamo. La nave respira forte come un uomo enorme con sei polmoni. Noi lo ascoltiamo e amiamo pensare che a respirare non sia la nave, ma un uomo enorme con sei polmoni. Quando ci accorgiamo che il respiro forte proviene da un materassino da mare che una ragazzina gonfia e sgonfia di continuo dovremmo essere molto delusi e subire lo smacco come punti da ortiche, ma noi sappiamo già che le cose diventano.
Ricordo tre. Io ho dieci anni. Tutti si avvicinano alla sponda lucida del ponte e guardano il mare come aspettandosi qualcosa di diverso dal mare, come pesci, corpi, terra, relitti e altre navi. Poiché sei curiosa poni lo spazzolino da denti a segnalibro della raccolta di fumetti che stai leggendo, vai a vedere il colore blu del mare, lo riconosci e torni impassibile al tuo libro.
Il narratore posa la penna e allontana il busto dalla scrivania, lasciando accadere le cose. Come smette di scrivere i ragazzi si riconoscono. Negli anni che seguono ammucchiano altri ricordi che sommergono i tre primari e le parole chiave dalla quale scaturiscono i meccanismi dei rapporti fra di loro. Il narratore sa che sarà il solo a ricordarli. Sorride, si alza e va a mangiare.
Ogni volta che inizia un periodo piatto e scarso di impegni io compro un'agenda.
Ogni volta che ne avrei bisogno mi accorgo di averla lasciata a casa.
Insensibile sempre e comunque.
quisquilie, schegge di maiolica, selz
Il Fiume A.d.I.prestazioni senza guinzaglio...carta...a million bubbles in my mind
absolutevodka
alkoliker
ALT+F4
Auguri ...Mh...
chogyam
cose da salvare
deathshake
Decollage
Diario impudico
erszebet
filmsdemavie
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Homeless
i pesci banana
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Il Mediacre
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jummagumma
La mucca & Mickey Mouse
Lady K
Lilium
limerick
linea [e]gotica
lo scarabeo di eva
Lost Cause
Lost in the Supermarket
prestazioni senza guinzaglio
Quisquilie, schegge di amiolica, selz
ribes
splinder
stanno per mangiare howard
vanvera
vinz in the sky
Zabor
*loading* nodi al fazzoletto